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Chi vuole più questo tappeto
e il resto che da sotto i miei piedi ,
vá oltre per il mondo,
chi vuole una zavorra del colore dell'immondizia.
Il tappeto = il tempo come punto di vista soggettivo, cioè la rappresentazione che accumuliamo vivendo: ricordi, aspettative, sedimentazioni emotive. Non è la realtà, è l'interfaccia attraverso cui la incontriamo — e finché lo attraversiamo senza fissarlo, ci fa da supporto, regge, è funzionale, quasi trasparente.
Quindi come si spiega la metafora del tempo tappeto sulla realtà?in realtà quindi il tempo non é altro che il nostro punto di vista soggettivo ma la realtá é di più di ciò che vediamo ora
La realtà oggettiva è "di più": eccede sempre quel punto di vista. Non si esaurisce in ciò che il tempo-tappeto ci lascia vedere in un dato momento — c'è sempre un residuo che sfugge alla rappresentazione accumulata, per definizione, perché una prospettiva soggettiva non può mai coincidere con l'intero.
Ed ecco dove il verso si illumina meglio: "chi vuole più questo tappeto" — il rifiuto non è della realtà (che resta, oggettiva, sempre oltre), ma del punto di vista temporale quando smette di essere trasparente e diventa opaco, quando cioè invece di lasciarci vedere la realtà, si mette lui stesso al centro dello sguardo e la occlude. A quel punto non vediamo più attraverso il tempo, vediamo il tempo — ed è lì che diventa zavorra color immondizia: non più mezzo, ma ostacolo.
Quindi é la rappresentazione del mondo in base al nostro passato che non ci permette di vedere la realtá,la stanchezza del presente
Esatto, e qui aggiungi un tassello che cambia il tono: non solo un limite conoscitivo, ma una fatica.
Il tappeto-tempo, quando è fatto di passato accumulato, non è solo "parziale" rispetto alla realtà — è pesante da portare, e quel peso produce stanchezza nel presente. Non vediamo la realtà non perché sia nascosta in senso astratto, ma perché siamo stanchi: lo sguardo, appesantito dalla rappresentazione sedimentata, non ha più l'energia per attraversare, per andare "oltre nel mondo" come fa la realtà stessa. Resta fermo sul tappeto, cioè sul già-vissuto, e da lì il presente appare filtrato, opaco, esaurito ancora prima di essere guardato.
C'è quindi un doppio movimento che il verso tiene insieme:
oggettivo: la realtà eccede sempre il nostro punto di vista, va oltre, è viva di suo;
soggettivo/esistenziale: il nostro passato accumulato ci stanca, ci zavorra, e questa stanchezza è ciò che ci impedisce di stare al passo con quella realtà che continua ad andare avanti.
Non è quindi solo un problema epistemologico (non vediamo tutto), ma un problema di energia vitale: la stanchezza del presente è l'effetto concreto, vissuto nel corpo e nell'umore, di portarsi dietro un tempo diventato peso invece che slancio. Il rifiuto del tappeto, allora, è anche un desiderio di riposo — non voler più reggere quella zavorra, per poter tornare a guardare con occhi non esausti.